TIM, dipendenti rubavano dati dei clienti per rivenderli: 20 misure cautelari

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L'operazione Data Room della Polizia Postale ha fatto emergere il furto di dati dalle banche dati di TIM. Tali informazioni, carpite da dipendenti infedeli, venivano rivendute a call center, in modo da lucrare sulle commissioni di portabilità. Sono 20 i provvedimenti cautelari emessi dal GIP di Roma.

L’operazione “Data Room” è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma e condotta dal CNAIPIC della Polizia Postale. Collaborazione attiva anche dei compartimenti di Napoli, Perugia, Ancona e Roma. L’indagine ha fatto emergere il comportamento illecito di alcuni dipendenti TIM e altre persone coinvolte; si introducevano nelle banche dati dell’operatore entrando in possesso di informazioni sensibili sui clienti che lamentavano disservizi con l’obiettivo di rivenderle a call center.

I call center usavano le informazioni ottenute per contattare i clienti scontenti. Successivamente proponevano loro un cambio di operatore e ottenere così le commissioni previste per ogni nuovo contratto. Si parla di un massimo di 400 euro a contratto, per un incasso totale di decine di migliaia di euro ogni mese. L’indagine ha portato finora 13 persone ai domiciliari, mentre per altre sette è stato disposto l’obbligo di dimora. Vi sono inoltre altri 6 indagati. Tutte le persone sono legate al territorio di Roma e a diverse province campane.

furto di dati alla TIM
Il furto di dati personali

La vicenda

Complessivamente, si parla del furto di 1,2 milioni di dati. Un bel colpo. Le persone coinvolte sono ritenute responsabili di accesso abusivo a sistema informatico, di detenzione abusiva e diffusione di codici di accesso. Infatti la vicenda riguarda sistemi di pubblico interesse e la violazione della legge sulla privacy. Inoltre anche comunicazioni e diffusione illecita di dati personali oggetto di trattamento su larga scala.

Tutto è partito da una denuncia di TIM, che da inizio 2019. L’azienda aveva riscontrato “ripetuti accessi abusivi alle data room in uso ai gestori telefonici operanti sul territorio nazionale e gestite direttamente da TIM. Questi bigdata contenevano gli ordini di lavoro di delivery ed i reclami di assurance provenienti dalle segnalazioni dell’utenza relativamente ai disservizi della rete di telecomunicazioni”.

Oltre ai dipendenti infedeli, le misure coinvolgono gli intermediari che gestivano il commercio illecito dei dati. I titolari dei call center sfruttavano le informazioni per incassare le commissioni sui nuovi contratti. Secondo il CNAIPIC, i tecnici entravano in possesso dei dati “tramite account o virtual desktop”. Questi sono normalmente in uso ai dipendenti di gestori di servizi di telefonia, con gli accessi carpiti spesso in modo fraudolento.

Chi smistava i dati ?

Vi era poi una rete commerciale legata a un imprenditore campano che metteva a frutto il “bottino”. Questa azienda era in grado di estrarre direttamente grandi quantità di informazioni grazie a credenziali sottratte a dipendenti ignari in modo illecito. L’imprenditore ed i suoi complici si avvalevano di software ad hoc (capaci di interrogare ed estrarre i dati dal database). I dati ottenuti erano poi venduti ai call center per una cifra attorno ai 7mila euro per 70.000 dati. Per ora ne sono stati identificati 13.

I dati stessi passavano di mano in mano, rivenduti a prezzi ridotti in base alla “freschezza” del dato stesso. Chiaramente venivano opportunamente ripuliti per essere usati dai diversi call center. Dalle indagini è emerso che la commercializzazione dei dati era in espansione ad altri settori come quello dell’energia.

Le scuse di TIM

TIM desidera esprimere il più vivo ringraziamento all’Autorità Giudiziaria e alla Polizia di Stato – Polizia Postale e delle Comunicazioni. Grazie a loro è stata portata a termine con successo questa importante indagine. Uno scandalo che riguardava la divulgazione e commercio abusivo di dati anagrafici e numeri telefonici della clientela”, si legge in una nota dell’azienda.

Proprio TIM aveva denunciato circa un anno fa alla Procura della Repubblica di Roma questa grave vicenda, a seguito di una accurata indagine interna. TIM ha subito proceduto con misure disciplinari nei confronti del personale coinvolto e si costituirà parte civile nel processo in quanto parte lesa.

“I fatti oggetto dell’indagine rappresentano da tempo un fenomeno grave che arreca danni significativi al Gruppo. Ma anche all’intero settore delle telecomunicazioni, alterando le regole della libera concorrenza. TIM precisa infine che ha inviato segnalazioni sul tema all’Agcom al fine di proteggere al meglio la sua clientela. Inoltre ha collaborato fattivamente con gli inquirenti nel corso di tutto il periodo dell’indagine per smascherare questa truffa.

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