Campione di Heartstone bannato da Blizzard perchè simpatizzava con le proteste di Hong Kong

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La compagnia americana ha bandito per un anno un giocatore professionista per aver espresso solidarietà con i manifestanti, ma il pubblico è insorto e alcuni politici americani hanno criticato via Twitter la scelta dell’azienda

Nel corso della storia sport e politica si sono spesso mescolati e le cose non sono sempre andate benissimo. Figuriamoci cosa succede quando la politica entra negli Esport, che rispetto alle discipline tradizionali sono realtà gestite e normate da enti privati che spesso hanno interessi da tutelare, a più livelli.

L’intervista incriminata

Ecco l’intervista su Twitter

Tutto comincia l’8 ottobre quando Blizzard, una dei produttori di videogiochi più importanti del mondo, comunica di aver preso un provvedimento contro Chung «Blitzchung» Ng Wai un giocatore professionista di Heartstone di livello «Grandmaster», il più alto possibile. Per chi non lo conoscesse, Heartstone è un gioco di carte collezionabili in cui due giocatori si sfidano evocando creature e incantesimi per difendersi e colpire l’avversario, vince chi per primo prosciuga i punti vita dell’altro.

Chung è stato bandito per un anno dalle competizioni, il suo montepremi è stato azzerato ed è stato privato del titolo. Il motivo di questa decisione è stata una frase pronunciata in diretta in una intervista post partita durante il Grandmaster Tournament dell’area Asia-Pacifico: «Liberate Hong Kong, revolution of our time». La frase non è casuale, perché è lo stesso slogan che da tantissimi giorni viene scandito per le vie della città durante le proteste iniziate ormai tre anni fa.

Every voice natters

Il match è ancora disponibile online, ma quel momento controverso è stato cancellato e, come se non bastasse, anche i due commentatori che stavano intervistando Chung sono stati allontanati, nonostante abbiano cercato di dissociarsi dal gesto già in diretta.

In un comunicato ufficiale, Blizzard ha dichiarato che «Pur sostenendo il diritto di esprimere pensieri e opinioni individuali, i giocatori e gli altri partecipanti che scelgono di partecipare alle nostre competizioni di eSport devono attenersi alle regole ufficiali della competizione». Chung infatti sarebbe colpevole di aver violato una regola ben precisa: «Partecipare a qualsiasi atto che, a esclusiva discrezione di Blizzard, ti esponga al discredito del pubblico, offenda una parte o un gruppo del pubblico o danneggi in altro modo l’immagine di Blizzard comporterà la rimozione dai Grandmaster e la riduzione del premio totale del giocatore a $ 0 USD, in aggiunta ad altre azioni che possano essere previste dal Manuale e dai Termini del sito Web di Blizzard».

Le proteste

Dalla Rete alla politica

La notizia ha generato fin da subito un grandissimo clamore sia nella comunità di Heartstone che in quella più in generale degli appassionati di videogiochi, che fino ad oggi vedevano in Blizzard un’azienda portatrice di valori positivi, espressi anche nell’ampia diversità dei personaggi di Overwatch, tra cui «Every voice matters», ogni voce conta.

La situazione ha rapidamente superato i toni di una delle tante polemiche su Internet poche ore fa, quando i senatori Marco Rubio e Ron Wyden hanno espresso via tweet la loro condanna al gesto di Blizzard. Ron Wyden in particolare ha dichiarato che “Blizzard ha mostrato la sua volontà di umiliarsi per compiacere il Partito Comunista Cinese. Nessuna compagnia americana dovrebbe censurare gli appelli alla libertà per fare qualche soldo facile”.

Intanto la protesta online contro il gesto di Blizzard continua e alcuni hanno trasformato Mei, personaggio di Overwatch di origini cinesi, in un simbolo della protesta.

L’importanza del mercato cinese

La Cina è senza dubbio un mercato importantissimo per Blizzard, che per il momento ha ancora un pubblico largamente composto da europei e americani, ma vede nella Repubblica Popolare un’area fondamentale per rialzare il proprio valore, che è calato di un quarto nell’ultimo anno. Tencent, una delle aziende cinesi più importanti, soprattutto nel mondo dei videogiochi, detiene il 4,9 percento dell’azienda e il film di World of Warcraft, pur avendo avuto incassi molto deboli negli Stati Uniti e in Europa si è ripreso alla grande in Cina, incassando 225 milioni, rientrando ampiamente nelle spese.

Questa spinosa situazione si inserisce in un più ampio contesto di frizione tra marchi statunitensi e interessi cinesi. Qualche giorno fa South Park è stato totalmente censurato in Cina dopo un episodio in cui il Paese veniva preso in giro e tutti gli streaming delle partite NBA sono stati sospesi a causa di un tweet del manager degli Houston Rockets a supporto dei ribelli di Hong Kong.

Il primo novembre Blizzard ha in programma la Blizzcon, ovvero la sua annuale convention dove celebra i suoi giochi e l’affetto della comunità che li segue da anni. Sarà interessante capire come si svilupperà la situazione in vista di questo evento.

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